
Era leale e coraggioso, un cavaliere medievale pronto a buttarsi nella mischia con tutto se stesso. La sua armatura era una maglia di cotone inglese a strisce bianche e rosse. Mario Lodigiani era questo per molti di noi. E molto altro ancora. Odiava i compromessi e chi ne traeva vantaggio. Ed essendo un cavaliere senza macchia e senza paura odiava chi si vendeva ora a questo ora a quel vessillo. “Mercenari”, era l’epiteto con cui li bollava. “Mercenari del rugby”, l’insulto che gridò una volta a Milano contro esemplari dell’odiata genia. E noi, cresciuti guardandolo, ascoltandolo, siamo come lui.
Figli della stessa idea, diversi da tutti gli altri rugbisti. Non sappiamo se migliori o peggiori, certo diversi. E felici di esserlo. Mai assillati dall’idea della vittoria per la vittoria, del risultato, ma pronti a tutto pur di battere l’avversario di turno. Perché questo è lo spirito che ci è stato infuso da Mario: in campo ad affrontare una battaglia.
Guardando indietro tutto è più chiaro, ora. La stretta di mano che dava all’uscita dallo spogliatoio, il silenzio prima, quando ognuno si doveva concentrare, le spiegazioni generali. Piani di battaglia. E quando anche lui faceva parte del manipolo mandato in campo a conquistare la vittoria ci metteva spesso più cuore che testa.
Generoso, spavaldo anche, come si compete al condottiero. Dovette gestire il trapasso generazionale di una squadra che Sgorbati aveva fatto grande, lo fece senza tentennamenti, aiutato dagli amici di vecchia data e da noi giovani che vedevamo in lui il futuro del Cus.
Flash di anni e anni passati insieme. Milano, Mario è ultimo in touche, ha appena preso un colpo in testa. “Scusa, che tempo siamo?”. E l’altro: “Meglio se ultimo vado io”. Partita a Cecina, un tre-quarti nostro in terra, un avversario parte di lontano per colpirlo con un calcio, Mario si getta davanti e prende lui la pedata nella schiena. Il tre-quarti non se ne avvede, saprà tutto negli spogliatoi.
Mario ricoverato a Santa Maria Nuova, choc anafilattico. Convoca uno dei giocatori per gestire l’allenamento al suo posto, spiega cosa fare. Il giorno dopo quello torna a prendere altre istruzioni: “Perché ieri non sei venuto?”. “Sono venuto”. “Non è vero”. Stava male, ma pensava solo alla partita. Il venerdì spiega la formazione, il piano di gioco, inonda il sostituto di dettagli. Quello prende appunti. Negli spogliatoi, a Napoli, tira fuori il biglietto, i compagni lo guardano stupiti, ma tutto è così chiaro che vinciamo cancellando dal campo l’Amatori. All’ora che inizia la partita lui, in corsia a Firenze, si tira su nel letto all’improvviso: “Non gli ho detto che parte del campo scegliere!”.
Aveva battute taglienti, quasi sussurrate. Mixava in questo il peggio dell’ironia fiorentina e senese. Per anni in Federazione non siamo stati molto amati, per lo sfottò nello sguardo che avevamo. Poi anche loro hanno capito, e ancora di più quando Mario nel 1991 e 1992 ha regalato alle giovanili azzurre successi nemmeno immaginabili (21-22 con l’Inghilterra a Cambridge, U19 e 18-29 con la Scozia a Kelso, U21). Era un grande tecnico, un visionario, vedeva il rugby come sarebbe stato dieci anni dopo. Ha voluto con tutte le sue forze l’Accademia di Tirrenia, come tanti anni fa a chi doveva occuparsi del settore giovanile del Cus imponeva una dedizione assoluta. Impossibile resistergli, pena lo sguardo ironico, l’alzata di spalle e di sopracciglio: “Ma fammi il piacere…”. Incontrato l’ultima volta a Roma, Casa del cinema, presentazione di Nick Mallett come ct azzurro. Mario è soddisfatto, deve andare via di corsa. “Ci vediamo presto”, dice. Non sarà a Roma, però.
Alessandro Cecioni |