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Domenica 19 aprile l’under13 del Firenze81 ha giocato una partita contro i pari età dell’Aquila Rugby, su invito della società abruzzese. Un modo per ricominciare a giocare, ad incontrarsi, a vivere dopo il terremoto che ha duramente colpito la regione.
Non è stata una trasferta come le altre, c’è poco da dire. La squadra, i ragazzi, hanno accolto con entusiasmo la proposta e così abbiamo organizzato e siamo partiti; con molti punti interrogativi, a dire la verità; che ambiente avremmo trovato? Avremmo creato problemi? Cosa e quanto avremmo potuto dare? In una sola domanda: sarebbe stato giusto andare a giocare a rugby in una città alle prese con difficoltà tali che lo sport dovrebbe essere l’ultimo dei pensieri?
Oggi che siamo tornati possiamo rispondere: sì, è stato giusto andare perché i nostri sorrisi, i nostri colori, la nostra presenza ha probabilmente aggiunto un pezzettino di normalità ad un castello di cose e persone tutto da ricostruire. Questa normalità si è vista in campo, durante la partita: i ragazzi dell’Aquila Rugby ci hanno sconfitto, battuto sul piano del gioco e dell’organizzazione, della tecnica individuale e della capacità di essere squadra con maggiore continuità. Ma non era normale che i ragazzi abruzzesi cominciassero la partita con le nostre maglie di riserva, quelle bianche con il giglio rosso sul petto, perché le loro chissà dov’erano (poi sono arrivate quelle vere, nero-verdi). Non era normale che fossero presenti all’appuntamento al campo in pochi, solo quelli che la società è riuscita ad andare a prendere in giro per mezzo Abruzzo. Non era normale che ci fossero le televisioni (per un’amichevole di rugby under 13? Ma quando mai!). No, non era normale nemmeno che appena di là dalla rete di recinzione svettasse la scritta “Misericordia di Empoli”, poco oltre i camion militari che trasportavano materiali e aiuti alla popolazione.
Ma abbiamo giocato contro e insieme, placcato, sostenuto, avanzato, corso e fatto mete e tutto ciò che si deve fare in una partita di rugby. Alla fine ci siamo abbracciati, ed era bello vedere il bianco il nero il verde e il rosso così mischiati a colorare il grigio del cielo, l’azzurro delle tendopoli, il nero di una città senza abitanti. Abbiamo osservato i giovani rugbisti aquilani inginocchiarsi, a fine partita, in una breve preghiera, raccolta e intensa; ed è stato difficile ricacciare in gola le lacrime.
Non potevamo rinunciare al terzo tempo, nel “ristorante” della tendopoli dell’Acquasanta, campo di rugby su cui avevamo giocato alla fine di gennaio. Mangiare insieme agli amici-avversari è pratica comune ed obbligatoria nel rugby, questa volta è stata anche occasione di incontro e di racconti, di regali, di abbracci e di sorrisi; e di lacrime, al momento di salutarci per ripartire verso Firenze. Il groppo alla gola e le lacrime non più trattenute hanno accompagnato quel “per Firenze, hip-hip hurrà” che i ragazzi aquilani ci hanno regalato, insieme ai volontari che operano nel campo e agli sfollati stessi.

Uscendo ci siamo chiesti cosa abbiamo lasciato: forse, soprattutto, l’impegno ad esserci, sia in giornate come queste, ma anche in quelle più serene che verranno, dove si parlerà solo di mete, di mediani di mischia, di placcaggi fatti e sbagliati, con tutta la voglia di vivere dei nostri giovani atleti. Intanto ci portiamo dentro la certezza di aver fatto una cosa giusta. Era giusto andare per giocare e vivere un po’ di tempo con loro; questa esperienza ha arricchito prima di tutto noi, che abbiamo ancora il tetto sulla testa, nella nostra intima consapevolezza di essere vicini ad una realtà così diversa e tragica; ne eravamo sicuri: abbiamo ritrovato le centinaia di scatole con sopra stampato “Giunti Firenze” che nei giorni precedenti avevamo riempito col sostegno di una marea di cittadini, chiuso e spedito a chi ne aveva più bisogno.

Alla fine non sapevamo dire che grazie, noi a loro, loro a noi, dove il “loro” e il “noi” si raccolgono sotto un unico “noi rugbisti”: perché domenica 19 aprile è proprio il rugby che ha vinto ed è il rugby che suggerisce il da farsi. Ai corsi per i tecnici insegnano che i quattro principi del rugby sono avanzare, pressare, sostenere, continuare ad avanzare. Questi principi possono essere applicati a questa situazione in cui bisogna andare avanti per rinascere, fare pressione sui potenti (la politica, la chiesa, le istituzioni tutte quante) perché facciano ciò per cui esistono, sostenere chi è in difficoltà perché solo insieme si giunge alla meta. Infine continuare ad avanzare per non fermarsi mai e rincorrere sempre quella palla ovale, da tenere sottocontrollo perché non si sa mai dove rimbalza, metafora azzeccata di quello che è la vita.

Paolo Matteoni
PROPOSTE PER AIUTARE I GIOVANI RUGBYSTI ABRUZZESI
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